MARE
Nel suo vagare assorto ascolta e poi ricorda malinconico scivola nella nostalgia del passato Flutti come echi inesistenti di un’estate che porta giornate lente e poi pace e silenzio, suoni simili a fruscii di remi. Riflette sull’acqua, luce vellutata, un’immensa distesa azzurra increspata fantasia dorata contro la trasparenza delle onde. Luci cariche d’ombre proiettate dal colore del giorno sul volto di uomini con lo sguardo vago e lontano con occhi verdi chiusi come fessure che respirano il suo profumo ma anche quello della menta cotta dal sole. Conosce vecchi seduti sotto gli oleandri centenari che parlano sottovoce e paiono raccontarsi segreti col volto corroso come pietra vissuta nei fondali. Conosce donne che ricamano per usanza e tradizione e per non morir di noia , sa di ragazze da marito che passeggiano a piedi nudi sulla battigia e di giovani pescatori che le frugano con lo sguardo e in mezzo ai rumori dei loro mestieri sanno ascoltare il battito di un cuore. Conosce i pensieri delle vecchie che rammendano guardando di tanto in tantola linea d’orizzonte con la faccia scolpitacon gli occhi velati e i capelli neri striati di grigio, raccolti in una crocchia.Conosce i segreti di suore inginocchiate a pulire il pavimento e riconosce l’odore di legno di un camino di cibo e di pietanze di un refettorio. Guarda i contadini che annaffiano i campi con l’acqua fredda e limpida dei pozzi durante le estati di feroce calura. Riconosce il turbinio di foglie in balia della follia del vento e il rumore monotono delle scope di saggina ma quando il vermiglio del crepuscolo muore all’orizzonte e le tenebre fasciano di una coltre amica là, sulla ghiai scricchiolante dove i cespugli si fanno più fitti ascolta messaggi disperati di giovani smarriti in un laccio e una siringa e invocazioni rimaste senza ascolto, nella notte con odori e suoni differenti. Luci crude di lampioni, gettano ombre cupe sotto occhi profondamente scavati , su labbra aride che di nascosto avevano chiesto aiuto a Dio. E il mare, chiamato da quel dolore, lambisce quei corpi con la sua ultima carezza d’addio…Di Elena B.

Il sentiero degli odori selvatici
A ritroso nel tempo ti porterei con me figlio nel mondo mio bambino
a passeggiar nel sentiero degli odori selvatici
in quel bosco dei caprioli sotto la secolare farnia
che mi vide allor cercar silenzio con lo sguardo rivolto
alle fascine allineate sul falsopiano nello spazio sconfinato
dove si tingeva di rosso l’orizzonte.
Vorrei farti assaporare la felicità che si prova ad osservare cirri che si rincorrono
e paiono agnelli vicino alla mamma e su di me, sembrava il cielo
una vecchia china ad attizzar carboni.
E se mi sorprendeva il buio, non avevo paura
mi bastava guardare in alto, seconda stella a destra, ed era sempre quella che mi indicava la via
Vorrei che anche tu ridessi di quelle pie donne che scappavano via
nascondendo il volto tra le mani e sciorinando un’Avemaria dietro l’altra
sentendo il rantolo rauco degli ubriachi che bestemmiavano sull’uscio delle bettole.
E si giocava ad indovinar pensieri dei contadini col volto ligneo
che aravano senza proferir parola masticando polvere e sudore.
Vorrei, figlio mio, essere la tua stella, il faro che ti illumina la rotta
e tu che dall’alto dei tuoi verdi anni, ti senti padrone del mondo
ascolta per una volta il tuo cuore, chè lui di rado sbaglia
Ed è con lo stesso dolore di allora che partorisco queste parole
quando col tuo piccolo capo sul tuo seno, respirai il tuo respiro
e cercai in te una similitudine che non ho mai trovata.
Figlio, che hai scelto la strada sbagliata, quella più tortuosa
colma di rovi che ti feriscono, torna indietro e imbocca il sentiero degli odori selvatici
e lì troverai la tua gioia, non cercarla altrove…
E se sentirai un improvviso batter d’ali, non spaventarti
sono angeli, li sentivo anch’io
e pensa…mi chinavo a raccogliere le piume!
Di Elena B.

Quanti ricordi in una filastrocca!
novembre 24, 2008 by ELY
Filed under filastrocche
Semmai qualcuno avesse avuto un nonno come il mio, ferroviere, napoletano verace e dedito alla poesia in stretto vernacolo un pò perchè amava la lingua di origine ma credo soprattutto perchè non sapesse esprimersi bene nella madrelingua , allora può comprendere quanti ricordi mi si affacciano alla mente alla vista di parole e filastrocche come questa che sto scrivendo. Sono ricordi d’infanzia che tutti hanno nei cassetti della loro memoria e che rammentano sapori e odori di una volta che non tornano mai più neanche sforzandosi. Il nonno amava cucinare e scrivere e conosceva a memoria, tutti i poeti napoletani e le loro poesie. La domenica mattina il suo rituale preferito era quello di preparare un pranzetto con i fiocchi cantilenando le sue filastrocche preferite e ricordo noi nipotini, una sfilza di cuginetti smilzi, che lo guardavamo col naso sporco di farina mentre impasticciava tra i fornelli e ascoltavamo con la bocca aperta, quelle che a noi sembravano chissà perchè poi, parole d’angelo , proprio dette da un angelo tanto suonavano paradisiache forse per l’inflessione fortemente dialettale e dolcissima nello stesso tempo. Il nonno sapeva tenerci buoni come tutti i nonni sanno fare, dalle sue labbra si sprigionava un fiume incandescente di parole che ci zittiva all’istante incapaci di proferir nessuna sillaba, incantati ed ammaliati dai suoi racconti , migliori di qualsiasi leccornia nascosta nella madia o fatta uscire a sorpresa dal suo grembiulone macchiato d’olio di frittura. Credo che solo i nonni sappiano operare queste magie, specialmente quei fragili vecchietti con un patrimonio così importante custodito nella mente e nel cuore e che per noi valeva molto più di un mondo di marzapane e di zucchero filato. E quante volte ho rimpianto di non aver saputo custodire gelosamente come era giusto fosse fatto, quegli scritti che qualche adulto “incompetente” dopo la sua morte, gettò via giudicandoli inutili e semplice carta straccia mentre oggi avrebbero un valore affettivo inestimabile ma mai quanto l’eredità che mi ha lasciata, tramandandomi l’amore per la poesia e la consapevolezza che ciò è un dono che non possiedono tutti. Trascrivo perciò, quella che era la filastrocca che per eccellenza veniva cantilenata come una rapsodia di goccie di pioggia su foglie secche d’autunno.
Bàcule, Bàcule, ‘o calamaro,
‘a Maronna ‘mmiez”o mare,
Gesù Cristo a lu puntone
che spanneva ‘e muccatore.
Ohi mà’, ‘nu poco ‘e pane,
figliu mio nun ce ne sta;
mò vene San Giuseppe
e te porta ‘e cose belle,
e ‘o chicco e ‘o cocco
e ‘o pane cu’ ‘a ricotta,
‘a ricotta salata,
‘o cappelluccio arricamato;
ricamato a me, ricamato a te.
‘A gallina zoppa zoppa,
quanti penne tene ‘ncoppa?
E ne tene vintitré,
uno doje e tré.
E teneva ‘nu susamiello;
miezo a me, miezo a te,
miezo a ‘a figlia d”o Rre.
Munzù, munzù, munzù,
è gghiuta ‘a zoccola ‘int”o rraù.
‘A signora nun ”o vo’ cchiù,
magnatillo tutto tu.
Potrei tradurre questo scritto in italiano, ma credo non avrebbe la stessa magia e anzi, il solo pensiero mi fa star male, le filastrocche vanno conservate così come sono, non buttate nel dimenticatoio, andrebbero tramandate e serbate integre e bellissime come i ricordi che ognuno di noi custodisce gelosamente e che nessuno può distruggere neanche la mano inesorabile del tempo che rovina ogni cosa tranne quello che di più caro abbiamo nel nostro cuore.

Quando la filastrocca sa di antico
novembre 24, 2008 by ELY
Filed under filastrocche
Le filastrocche non hanno un autore ma sono il risultato di una elaborazione della gente, sono quindi una sorta di nenia tramandata da nonno a nipote si può dire. Chi di noi non ricorda anche se vagamente qualche cantilena cantata dalla nonna per farlo addormentare o quietare? Sono cose che rimangono impresse insieme all’odore inconfondibile dei panni lavati col sapone di marsiglia sul grembiule candido delle nostre vecchie ave che si prodigavano per farci addormentare tra le loro braccia a mò di culla dondolante. L’origine di queste tiritere, sono discordanti e svariate, alcuni affermano che sono parole derivanti dal rapporto mamma-figlio con lo storpiamento di un linguaggio che si stabilisce tra di loro magari duplicando le sillabe che pronuncia la mamma ed in questa
specie di gioco di affettuose relazioni, ecco nascere quelle filastrocche che vengono conservate nel tempo.
Alcuni studiosi addirittura affermano che derivano da antiche formule magiche, vecchi riti ed ambigue cerimonie che poi hanno dato un risultato senza un senso e quasi incomprensibile. Gli scongiuri ad esempio pare siano delle vere e proprie formule magiche espresse per allontanare spiriti maligni dalle case e dalle persone.
Un ‘antica filastrocca o tiritera, come dir si voglia,di origine campana recita più o meno così“Aglio, fravaglia, fattura ca un quaglia, corna, bicorna, fattura ca nun coglie, cap e alice e cap d’aglio” e tale frase ripetuta più volte, risulta confermare la teoria di alcuni studiosi che ritengono appunto essere le filastrocche, antichi riti contro gli spiriti. Quella appena menzionata, è infatti una delle più note cantilene che le vecchie donne campane, recitavano fuori gli usci delle case nelle serate invernali per mandar via il malocchio che secondo le credenze popolari si poteva insediare in un’abitazione e per allontanare eventuali cosiddette “fatture” gettate da gente poco raccomandabile entrata in casa a far visite poco desiderate.
Molte filastrocche sono state nel tempo italianizzate dalle loro versioni dialettali. Una in particolare molto nota in Campania, allegra e gioiosa, è quella di cicerenella la cui versione originale, è in stretto vernacolo napoletano. La riportiamo qui di seguito italianizzata e ripulita da quei termini che a chi non conosce il dialetto, potrebbero apparire alquanto astrusi:
Cicerinella aveva un podere
tutti i giorni l’andava a vedere
e ci aveva la briglia e la sella
era il podere di Cicerinella.
Cicerinella aveva una mula
tutti i giorni la dava a vettura
e ci aveva la briglia e la sella
era la mula di Cicerinella.
Cicerinella aveva un gallo
lo portava alla festa da ballo
e ci aveva la briglia e la sella
era il gallo di Cicerinella.
Cicerinella aveva un cane
gli faceva mangiare il pane
e ci aveva la briglia e la sella
era il canino di Cicerinella.
Cicerinella aveva un topo
gli faceva soffiare il foco
e ci aveva la briglia e la sella
era il topino di Cicerinella.
Cicerinella aveva un gatto
gli faceva leccare il piatto
e ci aveva la briglia e la sella
era il gattino di Cicerinella.
Che ben vengano allora le filastrocche che anche se senza senso o incomprensibili, fanno parte di una cultura dove purtroppo i testi dialettali sono finiti nel dimenticatoio…un vero peccato se si pensa che facevano parte delle nostre origini.











































